Deriso, incompreso, non accettato. Solo, profondamente solo, atavicamente solo. 

Per via di un’infanzia durissima Antonio Ligabue era diventato ciò che era. Sgraziato, dai tratti grotteschi, per questo emarginato, abbandonato, l’uomo Ligabue aveva imparato come si vive Senza Amore, ed era tale e profonda questa condizione tanto vera verso gli altri esseri umani che non l’accettavano, lo denigravano, quanto falsa e lontana nel suo rapporto con la Natura, con quanto gli restituiva il mondo animale.

Loro sì, gli animali, lo potevano capire, accettare, amare, nonostante tutto. 

Per questo si definiva “pittore di animali” che conosceva nell’essenza, diceva che “sapeva anche come erano fatti dentro”, che imitava; una condizione, la loro, cui in fondo sentiva d’appartenere, più istintiva e vera, senza quei filtri, e quelle ipocrisie, che albergano negli uomini, spesso così cinici e privi d’umanità.

Un’esistenza, la sua, che dire l’abbia messo a dura prova è un forte, fortissimo eufemismo.

Eppure la sua pittura, catartica e liberatoria, consapevole, con la quale poteva lasciarsi andare in una sorta di tranche, posseduto dall’ispirazione, arriva come un treno in faccia a chi la osserva.

I suoi autoritratti, i suoi animali, le sue tigri, ma pure le sue sculture, di leoni, di cinghiali, così ben eseguite, proporzionate, feroci, hanno una direzione, dritte al cuore di chi le guarda, senza attraversarne il cervello, dar adito ad elucubrazioni, vanno al punto. Semplici ed efficaci.

Naïf, spesso è stato inserito in questa categoria, il pittore “Matt”, che entrava ed usciva dal manicomio, preferiva stare con gli animali della stalla piuttosto che con gli uomini, una compagnia, quella degli uomini, che raramente gli era amica, e ancor meno quella delle donne.

Ma lui, dentro di sé, lo sapeva.

Sapeva che c’era una direzione in quel che faceva, sapeva che, in quello che dipingeva, c’era la sua essenza, nuda e cruda, e prima e poi l’avrebbero capito tutti.

E così fu: “a me faranno un film quando sarò morto, a me faranno una grande mostra a Parigi, a me faranno un monumento, perché me sono un grande artista, avete capito?”.

Così diceva Antonio Ligabue a chi lo prendeva in giro, con quel suo istinto anche rabbioso, e l’urgenza espressiva nelle sue opere emerge a gran voce e conquista pian piano la giusta attenzione, tanto che, negli ultimi anni, quelli più vicini, alla data della sua scomparsa, la celebrità bussa pure alla sua porta, e come per magia anche chi l’aveva sempre tenuto lontano, iniziava a capire quello che lui sempre aveva sostenuto: d’essere un artista.

Un video all’interno della mostra nei Musei Civici Eremitani a Padova, dove è in corso l’esposizione dedicata a Ligabue, che sta riscuotendo un grande successo, attirando un pubblico eterogeneo che arriva dall’Italia tutta, ma anche dall’estero, ci mostra il pittore in un bar e una donna che gli chiede un disegno, e lui come contropartita vorrebbe da lei un bacio, sulla guancia, una manifestazione d’affetto, quell’affetto che così raramente riesce ad incontrare; e, ancora, nel video si vede l’artista sull’argine del Po, un fiume che l’aveva accolto, mentre imita alcuni animali, o nel suo studio mentre si veste anche con abiti femminili, per impersonare oltre che sé stesso, quella figura di donna, al suo fianco, che tanto gli mancava.

Eh sì, perché era un “diverso”, ma nella solitudine del bosco trovava il suo posto nel mondo, così come quando si poneva di fronte alla sua tela, a fare quello che poteva e che sapeva fare: dipingere.

La sua triste odissea esistenziale, i suoi animali tracciati sulla tela con colori forti e tratti decisi, la sua abilità nel disegno, lo conducono al di fuori della definizione manualistica di “naïf” verso quel filone “primitivo” ed espressionista che, nel Novecento, esplode a livello internazionale. Insomma, Ligabue, che partito dalla Svizzera e giunto, non per suo volere, nella Bassa reggiana, né sprovveduto, né incolto, come saprà capire prima di altri Renato Marino Mazzacurati – scultore e pittore, incontrato nel 1928 da Ligabue, e suo grande sostenitore – con la sua empatia, colpisce nel profondo.

È un’esposizione dal forte impatto emotivo quella che potrete attraversare nelle sale degli Eremitani a Padova, in cui sarà la vita e l’uomo, insieme all’artista, a smuovervi qualcosa dentro, a far capire quanto e quando una condizione disagiata e difficile diventi Arte. All’inizio della mostra ci sono, infatti, anche gli scritti legati alle lettere di ricovero dal manicomio dell’artista, e cenni costanti, accanto alle opere, al suo spaccato biografico. Ferite che grazie alle pennellate Ligabue ha ricucito dentro di sé.

L’artista bordeline, nato in Svizzera, ed espulso dal Paese per cattiva condotta e carattere turbolento, figlio di Elisabetta Costa, madre naturale operaia italiana immigrata, e con padre ignoto, viene ceduto all’età di nove mesi ad una matrigna svizzera-tedesca, Elise Hanselmann, che se ne occupa insieme a Johannes Valentin Göbel.

Ma in realtà le ristrettezze economiche in cui vivono producono conseguenze pesanti sul neonato, che viene colpito da rachitismo e mancanza vitaminica.

Elementi che finiscono per causargli una malformazione cranica e un blocco dello sviluppo fisico, e gli procurano quell’aspetto sgraziato che avrà poi da adulto. Un’infanzia difficile e tormentata, dunque la sua, sballottolato da un istituto rieducativo all’altro, che, in seguito all’espulsione dalla Svizzera, lo fa arrivare, nel 1919 a Gualtieri, paese d’origine dell’uomo, Bonfiglio Laccabue, che la madre, Elisabetta Costa, aveva sposato nel 1901, e che lo riconobbe, divenendone il patrigno.

Antonio, però, divenuto adulto, preferì, nel 1942, essere chiamato “Ligabue” per l’odio che nutriva verso Bonfiglio, da lui considerato come l’uxoricida della madre Elisabetta, morta tragicamente nel 1913 insieme ai tre fratelli in seguito a un’intossicazione alimentare. La sua arte nasce in questo nuovo ambiente italiano di provincia, nella vita contadina, fra tristezza e dolore, e per l’artista si sviluppa mentre attorno a lui c’è ostilità e incomprensione, e si susseguono gli internamenti
all’Istituto Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia e al Ricovero di mendicità di Gualtieri, segnati dal carattere irascibile e violento e dai suoi atti di autolesionismo. 

Insieme a questo stupiva il suo interesse particolare per i musei di scienze naturali e per gli animali, per la natura nella sua indomita e istintiva purezza.

La monografica “Antonio Ligabue. L’uomo, il pittore”, che si chiuderà il 17 febbraio 2019, è curata da Francesca Villanti e Francesco Negri, e raccoglie settanta dipinti, tre dei quali provenienti da collezioni private padovane e mai esposti al pubblico, insieme a dieci opere su carta e sette sculture, fusioni in bronzo dalle originali che Ligabue realizzò in creta adoperando l’argilla delle sponde del Po.

Le sue opere liberatorie contro le ferite, le violenze e i soprusi della vita, fra gli autoritratti, gli animali selvaggi e domestici, nel paesaggio agreste, nel ricordo anche della terra natale, accompagnano i visitatori, insieme a una quarantina di documenti originali, dedicati alla vicenda biografica di Ligabue e al catalogo Skira.