Si è da poco concluso SANA, Salone Internazionale del Biologico e del Naturale, importante vetrina di quelle che sono le novità nel settore. Tra gli espositori di eccellenza la padovana Agricola Grains, che opera nella raccolta, la commercializzazione e la trasformazione di cereali da agricoltura biologica.

La mia curiosità mi porta ad approfondire cosa ci sia alla base del bio, come funziona un’azienda come Agricola Grains, com’è nata e qual è il futuro del biologico in Italia. Ho incontrato il titolare Massimo Roncon (appena tornato dalla Borsa di Copenaghen, in cui è l’unico italiano presente), che mi ha raccontato la loro storia. Quando chiedo a Massimo cosa si intende per biologico mi risponde che è una filosofia, non solo legata quindi all’alimentazione, ma allo stile di vita, che mette in primo piano la salute, l’ambiente, una vita tesa a ridurre lo stress; sicuramente la percezione del biologico è cambiata nel corso degli anni, se all’inizio sembrava una scelta per pochi, quasi un capriccio, nel tempo si è diffusa notevolmente, non solo appunto per quel che riguarda il cibo, ma a livello quotidiano su tutto quello che ci riporta forse ad una dimensione semplice, vera, che inconsciamente ci manca e che quindi in qualche modo cerchiamo di ritrovare.

Massimo una volta diplomato inizia a fare il camionista nell’azienda del padre. Nel 1988 la svolta, conosce Guido Fidora, veneziano, tra i promotori del biologico in Italia (fondatore di AVEPROBI, Associazione veneta dei produttori biologici) che gli apre gli occhi sulla nocività dei prodotti chimici in agricoltura e l’importanza di far crescere le colture in modo naturale, come una volta, preservando la terra, il gusto e la qualità dei prodotti. Massimo decide quindi di approfondire l’argomento e iniziare un’attività che fa del biologico la colonna portante, nel ’91 nasce Agricola Grains.

Inizialmente non fu facile, soprattutto perché il bio in Italia era ancora sconosciuto e perché in qualche modo stava andando contro quello che era stato finora il suo lavoro, l’azienda fondata dal padre, che forniva prodotti chimici per l’agricoltura, in completa antitesi con il biologico. Come spesso accade in questi casi ci fu un evento scatenante: si rese conto che il vino contenuto nella vecchia tinozza di legno che sarebbe servito per la produzione dei salami non fermentava e capì che questo era dovuto all’uso di prodotti chimici. L’inizio fu un’avventura, Massimo guidava il camion dal produttore bio, comprava, stoccava, analizzava e rivendeva semi di soia, grano e mais. Il primo cliente di Agricola Grains fu in Austria, patria del biologico che si rifà a Rudolf Steiner (noto in Italia soprattutto per il suo metodo educativo), inventore dell’agricoltura biodinamica.

Tutt’ora uno degli aspetti fondamentali della loro attività è selezionare i contadini che forniscono i semi, perché il bio è appunto una filosofia e chi lo produce dev’essere curioso, informarsi, e produrre secondo una trasparenza e una correttezza fondamentali, soprattutto in questo momento in cui si sta diffondendo come mai prima d’ora e molti sono attratti a prescindere (quelli che l’intervistato chiama “biofurbi”), indipendentemente dal loro desiderio di produrre alimenti sani e naturali e dal rispetto di quella filosofia che rappresenta appunto il biologico; abbiamo perso gli importanti insegnamenti dei nonni, come quello della doppia semina che pulisce il terreno dalle erbe infestanti; il contadino deve conoscere la terra, comprendere cosa significa ad esempio usare un diserbante che, seppur a basso impatto ambientale va a danneggiare enormemente gli importanti “insetti utili” che contrastano quelli dannosi.

Massimo ci spiega che la maggior parte dei coltivatori bio italiani sono corretti, e la produzione bio tricolore è considerata all’estero di elevata qualità, probabilmente grazie anche alla tradizione culinaria che ci porta a scegliere con cura le materie prime, a produrle e selezionarle di conseguenza; negli anni si è reso conto che gli agricoltori italiani hanno la passione, l’amore per la famiglia, la cultura del cibo appunto, e si è quindi concentrato nel portare avanti una collaborazione quasi esclusiva con i produttori nazionali. Per avere un quadro di com’è distribuita l’agricoltura in Europa possiamo dire che circa l’85% è di produzione per così dire convenzionale, il restante 15% biologica. La coltivazione OGM non è invece permessa in Italia, anche se i prodotti venduti possono contenere ingredienti geneticamente modificati, tanto che è molto difficile individuare se quello che consumiamo contiene OGM; prendiamo ad esempio il latte, se la mucca ha mangiamo prodotti OGM non possiamo come consumatori determinarlo. Quindi consumare biologico diventa una nostra scelta, consumare OGM no.

Un aspetto fondamentale dell’attività aziendale è non solo convertire i contadini da produzione chimica a biologica, ma formarli e seguirli in modo da aiutarli nella transizione e creare un legame professionale e personale, sottolineando la convinzione dell’azienda di portare avanti un rapporto umano, di rispetto e trasparenza, in qualche modo riferibile a quella filosofia di cui parlavamo prima. L’aspetto più difficile è convincere il contadino nel passare al bio, oggi infatti l’agricoltura non rende più come una volta e per questo sono nati dei contributi per aiutare chi lavora la terra, questa è infatti la prima domanda che fanno quando gli viene proposto di passare al bio: ci sono i contributi? E non sempre è così. Inoltre proprio per il metodo naturale di coltivazione il bio produce un 20% in meno rispetto al convenzionale, c’è però da dire che di contro i prodotti bio vengono venduti a un prezzo medio del 50% in più rispetto ai prodotti convenzionali. Inoltre in qualche modo il contadino è stato educato negli ultimi anni ad avere il campo perfetto, una quantità minima di malerba non viene debellata perché dannosa per il raccolto, ma semplicemente perché il contadino non vuole vederla, una necessità quasi estetica, di ordine e pulizia che però va a danneggiare i già citati insetti utili. Una soluzione più blanda per il contadino è fare inizialmente una conversione parziale, ma questo toglie il diritto ai contributi.

È quindi sicuramente un passaggio non facile quello dal convenzionale al biologico, ma i fatti parlano chiaro: di tutti i contadini accompagnati da Agricola Grains nella conversione al bio solo uno è poi tornato indietro alla produzione con prodotti chimici, un falso positivo per così dire, a dimostrazione del fatto che il biologico non è solamente una produzione positiva per il consumatore ma anche per l’agricoltore. In qualche modo sembra che si vada contemporaneamente in due direzioni contrapposte: da una parte un’attenzione all’ambiente e alla salute e dall’altra un’indifferenza al problema. Massimo durante l’intervista sottolineava un aspetto importante riguardo l’alimentazione, la necessità di produrre abbastanza per il fabbisogno, ma contemporaneamente la necessità ancora più grande, di ridurre gli sprechi. Infatti ci attacchiamo troppo a pensieri sospesi basati anche su un’educazione commerciale e troppo poco alla realtà delle cose, un esempio su tutti: siamo ormai invasi dalla cultura delle energie rinnovabili, credo sia una cosa buona, ma non ci chiediamo ad esempio se la produzione di questi sistemi sia anch’essa rispettosa della natura e dell’umanità o allo stesso tempo non badiamo ai nostri consumi, ai nostri sprechi, se lo facessimo sarebbe un passo molto importante verso una vita sana e un rispetto di questa nostra Terra che abbiamo sfruttato decisamente troppo e nel modo sbagliato.