Ci sono anni che dividono la storia in un prima e in un dopo. Il 1968 è uno di questi, e infatti a distanza di 50 anni siamo ancora qui ad interrogarci su come il mondo sia cambiato dopo il ’68. C’è chi vi dirà che grazie al ‘68 il mondo è migliorato e chi, invece, vi dirà che il mondo è peggiorato. Come spesso accade in casi del genere le opinioni sono trancianti e ci si divide in tifoserie. Se il mondo sia migliorato o peggiorato dopo il ’68 sinceramente mi interessa poco, quello che mi interessa è constatare che dopo quell’anno irripetibile il mondo è cambiato, fatto su cui tutti sono comunque d’accordo. Il nostro Veneto ha giocato un ruolo centrale nel ’68 italiano e anche in tutti gli anni della contestazione successivi, ma sarebbe un errore banale pensare che il ’68 si possa ridurre al Veneto o all’Italia. Così come sarebbe limitato parlare di questa data storica definendola soltanto l’anno della contestazione, anche se è innegabile che le proteste giocarono un ruolo determinante.

RIVOLUZIONI E CONTRADDIZIONI

Il 1968 è stato l’anno della ribellione studentesca e delle lotte operaie che sfoceranno nell’autunno caldo del ’69, ma anche l’anno della Primavera di Praga, dell’omicidio di Martin Luther King, della battaglia di Valle Giulia a Roma, dell’omicidio di Robert Kennedy, del maggio francese, delle uova lanciate contro gli spettatori in coda per entrare alla Scala. I tre uomini dell’anno scelti da Newsweek, celebre rivista americana, riassumono alla perfezione tutte le contraddizioni di quell’anno incredibile: Che Guevara, Barnard, Gigi Rizzi. Il rivoluzionario per eccellenza del secolo scorso morto nel ’67, il genio della medicina che nel 1967 aveva praticato il primo trapianto di cuore, e il playboy di provincia che nell’estate del ’68 era stato protagonista di una paparazzatissima love story con Brigitte Bardot. Il 1968 è un anno di rivoluzioni in tutti i campi, di contraddizioni, di scontri, di idee, di fiori, di piombo, di urla, di baci, di amore e di odio. In quell’anno che ha segnato la storia del ‘900 ne sono successe di tutti i colori, dal celebre pugno chiuso con il guanto nero di Tommie Smith e John Carlos alla premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico, alla vittoria degli azzurri ai Campionati Europei di Calcio. Ma il 1968 è anche l’anno della “Humanae Vitae”, enciclica con cui Papa Paolo VI mette una pietra tombale sull’utilizzo degli anticoncezionali. E alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia per protesta non vengono assegnati i premi (bisognerà aspettare il 1980 per rivedere i Leoni d’oro al Lido…).

IL ’68 VENETO

Il Veneto è stato uno degli epicentri della contestazione che ha scosso l’Italia negli anni ’60.

Padova e Mestre sono i due centri nevralgici del laboratorio politico di quegli anni, centri che purtroppo avranno un ruolo decisivo anche per quanto riguarda la lotta armata che continuerà in forme diverse fino ai primi anni ’80. La geografia politica del ’68 italiano si divide tra grandi città come Milano, Roma e Torino, e città di provincia come Trento, Padova e Mestre. Una dicotomia tutta italiana che sottolinea ancora una volta la particolarità del nostro territorio. Il ’68 è l’anno degli studenti da un lato e dei lavoratori dall’altro, ecco perché

Padova e Mestre si ritagliano un ruolo di primo piano nello scenario nazionale: fabbriche e università sono i luoghi in cui tutto è cominciato.

LE FABBRICHE

Nel 1968 le fabbriche diventano calde, caldissime. Proteste e scioperi si susseguono a ripetizione in tutto il Veneto. Mestre è senza dubbio uno dei centri nevralgici della protesta operaia: il Petrolchimico di Porto Marghera diventa una polveriera, ma anche nel vicentino la tensione sale alle stelle. Il 19 aprile ’68 a Valdagno esplode una rivolta dei lavoratori della Marzotto. Dopo alcuni giorni di sciopero selvaggio gli operai che si recano in fabbrica per “picchettare” si trovano di fronte i carabinieri. La situazione degenera in fretta e le forze dell’ordine caricano gli operai, tra cui c’erano moltissime donne, che protestano di fronte alla fabbrica. Nel frattempo arriva anche la celere, così gli operai si ritrovano chiusi tra carabinieri e polizia. Ne scaturisce una vera e propria battaglia campale: al temine della giornate vengono arrestati 200 lavoratori dopo che gli altri sono stati dispersi con bombe lacrimogene. Gli scontri di Valdagno segnano senza dubbio un punto di non ritorno, come testimonia la protesta alla Montedison di Porto Marghera pochi mesi dopo. Le agitazioni al Petrolchimico erano iniziate a luglio ma è soltanto il 1° agosto che la situazione degenera: diecimila operai scendono in corteo paralizzando per ore anche l’autostrada, il Ponte della Libertà e la stazione di Venezia. Alla fine le forze dell’ordine devono intervenire per sgomberare in maniera violenta i dimostranti. Si tratta di un evento di dimensioni senza precedenti per il Veneto, evento che ha un impatto enorme tanto che il giorno dopo anche a Brescia e Trieste gli operai scioperano per solidarietà con i lavoratori di Porto Marghera.

L’UNIVERSITÀ

La protesta all’interno dell’Università di Padova nasce già sul finire Kennedy con la famiglia del ’67 con le prime occupazioni studentesche e le prime agitazioni. Sono i numeri a farci capire quanto sia cambiato il tessuto sociale italiano: nel 1960 gli iscritti all’Università erano 10.000, mentre nell’anno accademico 1968-69 erano diventati 30.000 (oggi sono circa 65.000). Una crescita pazzesca che sottolinea in maniera evidente come l’Università fosse diventata un enorme polo aggregatore di giovani da tutto il Paese. Nel ’68 giunge alla fine il percorso di Guido Ferro, storico rettore dell’ateneo patavino fin dal lontano 1949. Sono le proteste studentesche e le occupazioni di fine ’67 a far cadere Ferro. Al suo posto arriva Enrico Opocher che sarà il Magnifico Rettore dell’Università fino al 1972. E sarà proprio una bomba fatta esplodere la sera del 15 aprile ’69 accanto allo studio di Opocher, a segnare una netta linea di demarcazione tra la protesta e la lotta armata. La bomba, collocata nel pomeriggio in un armadio nel corridoio antistante la stanza del rettore, brucia completamente lo studio di Opocher e anche quello di Francesco Gentile. Abbiamo definito il ’68 come l’anno delle contraddizioni e anche l’Università di Padova non fa eccezione: da un lato ci sono facoltà come Scienze Politiche, Lettere e Filosofia che sono caratterizzate da posizioni di sinistra (nel 1967 Toni Negri riceve la cattedra di Filosofia Politica proprio a Scienze Politiche), dall’altro lato invece facoltà come Legge che sono invece molto vicine alle idee della destra. La città diventa in breve una polveriera, così come tutto il Paese, e il primo omicidio commesso dalle Brigate Rosse si verificherà proprio a Padova: il 17 giugno 1974 infatti Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, due attivisti dell’MSI, verranno uccisi in via Zabarella.

LOTTA ARMATA

Con la strage di Piazza Fontana del dicembre ’69 si chiude nel sangue l’utopia di una rivoluzione pacifica. Tutto il Paese deflagra in una spirale di violenza che continuerà in maniera esplosiva fino ai primi anni ’80. Paradossalmente il Veneto ha rappresentato l’alfa e l’omega del terrorismo rosso e nero figli della protesta del ’68. Abbiamo già detto del primo omicidio delle Brigate Rosse, avvenuto a Padova. Ma la parabola delle BR si chiude simbolicamente nel 1982 con il sequestro Dozier, il generale statunitense rapito a Verona e poi liberato con un blitz delle forze speciali a Padova. Per quanto riguarda il terrorismo nero invece, impossibile non sottolineare come la Strage di Piazza Fontana viene ideata all’interno dei gruppi eversivi dell’estrema destra veneta: la sentenza di Cassazione afferma che la strage di Piazza Fontana fu messa in atto dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda (padovano) e Giovanni Ventura (nato a Dolo), non più processabili però in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987. E sempre a Padova nel 1981 viene arrestato dopo un violento scontro a fuoco il terrorista nero Giusva Fioravanti (la sua compagna, Francesca Mambro, sarà arrestata a Roma l’anno dopo). Fioravanti non è un terrorista qualsiasi: la sentenza definitiva sulla strage alla stazione di Bologna infatti ha condannato Fioravanti e Mambro “come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna”. Certo, la verità storica e quella processuale non sempre coincidono, e da più parti c’è chi ha messo in dubbio e criticato duramente queste sentenze. Resta il fatto che la nostra regione nel corso degli anni è stata un laboratorio politico di primissimo piano, un laboratorio politico nato sul finire del ’67 ed esploso poi tra mille contraddizioni nel 1968 e negli anni successivi.