Arriviamo a Otres Beach sul fare della sera: siamo vicino a Sihanoukville, nella parte sud ovest della Cambogia, nel cuore del continente asiatico, un attimo prima dell’inizio della stagione monsonica. Atterrati da poche ore, già ci stupiamo: quella che viene definita dalle guide come una ‘località turistica’, non ha nulla a che vedere con ciò che si intende comunemente con questo termine. Sabbia bianca e mare caldo anche di notte, ma la spiaggia è costellata di bottiglie di plastica e rifiuti, proprio ad un passo dal nostro capanno vicino a riva. Tutto attorno, campi incolti e case sconnesse, e sullo sfondo edifici in costruzione che presto si trasformeranno in grandi hotel di lusso. Un tassista ce lo conferma: Cina e Stati Uniti, tanto per citarne un paio, stanno acquisendo terreni sulla costa della Cambogia, per sfruttarne le potenzialità turistiche. Ceniamo in un piccolo e spartano ristorante all’aperto, dove il cibo è a dir poco eccezionale, e l’accoglienza davvero speciale. Le strade sono buie, e la luna si riflette sulla sabbia bianchissima, illuminando il nostro rientro per la notte. L’indomani ci dedichiamo all’entroterra e, per caso, arriviamo in una sorta di piccolo villaggio di hippies, per la maggior parte giovani: capanni sull’acqua, locali per mangiare e ascoltare della buona musica, e soprattutto un’atmosfera molto, molto rilassata! E poi viene il grande momento: la visita ai memorabili templi cambogiani, nel nord del Paese. Non in aereo. Per raggiungere Siam Reap, scegliamo l’autobus, e ci avventuriamo in un lungo viaggio notturno durante il quale, per scelta, non spostiamo mai la tenda per guardare giù. Nonostante ci sembri di attraversare le montagne russe, riusciamo ad addormentarci.

I TEMPLI

La città è un brulichio di gente indaffarata in ogni momento: 800 mila persone che affollano strade e mercati, ristoranti aperti a tutte le ore, e baracchini che ci offrono la possibilità di assaggiare lo scorpione, il cobra o la tarantola. Motorini e biciclette, in questa parte del mondo, non sono per tutti: sfrecciano in ogni direzione e da ogni parte. Sono in due, tre, quattro e addirittura cinque in un motorino, compresi bambini di appena qualche mese. È l’alba: ci troviamo di fronte all’Angkor Wat (in lingua Kmer “‘tempio della città”), è il tempio religioso più grande del mondo, e l’inizio della sua costruzione risale all’anno 1113.

È il simbolo della Cambogia, ed è il luogo più visitato del Paese. Non basterebbe una giornata per vederlo tutto, ma i giorni da dedicare ai templi sono tre, e tantissimi i luoghi di culto ancora da visitare. Con il nostro cicerone Tom, a bordo del suo tuk-tuk, ce ne andiamo dall’Angkor Wat, per vivere la sera di Siem Reap. Il giorno dopo, ci aspettano il Ta Prom e il Bayon. Si parte presto, l’umidità è del 100%, e la temperatura raggiunge in fretta i 40 gradi. Ma la stupefacente bellezza di questi luoghi ci impedisce di sentire la fatica. Camminiamo per ore in mezzo a queste pietre che sembrano parlare, tanto sono maestose e antiche. Guardando il Ta Prom sperimentiamo l’imponenza della natura: nel corso dei secoli, le radici degli alberi si sono infiltrate nella pietra, letteralmente disfacendo buona parte dell’edificio originario. Non è noto il motivo, ma il Ta Prom è stato lasciato così com’è stato trovato dagli esploratori europei, a differenza di altri tempi del grande complesso. Il Bayon, invece, è il tempio dei mille volti: 54 guglie, per un totale di 216 volti scolpiti. Da qualsiasi parte ci si giri , ci si sente sempre osservati da sguardi inquietanti. Il terzo giorno è per il Banteay Srei, di pietra rosa, con rilievi di una raffinatezza impossibile da descrivere.

PHNOM PENH E IL MUSEO DI TUOL SLENG

L’ultimo giorno è per Phnom Penh, dove il museo di Tuol Sleng ci coglie impreparati, lasciandoci il ricordo di un popolo ferito a morte. La Cambogia è un paese povero, ma in queste settimane i visi allegri e sorridenti di donne, uomini e bambini che abbiamo incontrato ci hanno fatto riflettere sul significato della vita, e su quanto il concetto di “felicità” possa essere profondamente diverso, a seconda di dove ci si trovi.

Il museo del genocidio di Tuol Sleng è una doccia fredda inaspettata: nel 2009 l’Unesco l’ha inserito nell’Elenco delle Memorie del mondo. Un tempo sede di una scuola superiore, durante il regime socialista dei Khmer Rossi l’edificio venne ribattezzato “Ufficio di sicurezza 21” (1975- 1979), fu trasformato in una prigione e in un centro per interrogatori e torture di ogni tipo, e fu solo la punta dell’iceberg di un sistema di prigioni molto più vasto. Delle oltre 20 mila persone incarcerate a Tuol Sleng, ne sopravvissero solo 7. È così, con una lotta interna tra tristezza e meraviglia, che salutiamo la Cambogia, la magnifica isola di Koh Rong Samloem dal mare cristallino e spiaggia caraibica, i bambini che abbiamo incontrato e la vitalità caotica delle sue città.