Se l’anno scorso con Damien Hirst la Collezione Pinault colpì Venezia con la mostra Treasures from e Wreck of the Unbelievable, dividendo le opinioni e al contempo segnando record di presenze, quest’anno – inaugurazione lo scorso 8 aprile – è la rappresentazione di sé il tema al centro della mostra a Punta della Dogana, cui si accede e che permette altresì di vedere la monografica dedicata al pittore tedesco Albert Oehlen a Palazzo Grassi. Il titolo dell’esposizione Dancing with Myself, che per la generazione dei trenta-quarantenni, quella nostalgica degli Ottanta, richiama alla mente una canzone punk urbana di Billy Idol, a danzare con il proprio sé sono una serie di artisti, famosi e discussi, che espongono opere che analizzano un tema chiave del XX secolo, e che ne ossessiona fortemente pure il XXI°, in relazione all’ingresso nel nostro vivere quotidiano dei social. Da sempre la rappresentazione di sé è un elemento cruciale, con cui indagare la propria essenza, in un gioco di specchi, che miscela figura, corpo, e anima degli autori. Sì gli artisti che si interrogano sul ruolo cui sono chiamati all’interno di una società, come membri della comunità, o di una minoranza, ruolo da cui è possibile liberarsi? Si può sfuggire alla fatalità della morte entrando a far parte della propria opera? Cosa davvero può costituire o rappresentare il corpo e l’immagine all’interno di una ricerca artistica? Interrogativi con cui si sono confrontati gli artisti e i curatori. Insieme al direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, Martin Bethenod, a curare la mostra c’è Florian Ebner, e i temi che affrontano gli artisti, attraverso sé stessi, sono in verità politici, razziali, sessuali, gender. Non si tratta di selfie, autoritratti, narcisismo, ma il corpo, il viso, divengono veicoli di trasmissione di messaggi che sfiorano un carattere quasi politico.

DENTRO LA STRUTTURA BELLISSIMA DI PUNTA DELLA DOGANA CI SI INTERROGA SULL’ARTE

Nella struttura bellissima di Punta della Dogana si trovano appesi ai muri, lungo gli spazi, fra le stanze, gli interrogativi che gli autori mettono nelle mani e negli occhi del pubblico, che è chiamato a trovare la sua posizione all’interno della mostra, a partire dal suo ingresso quando sposta con le mani la tenda di Felix Gonzalez-Torres, rossa, come ciò che simboleggia, il suo sangue, i globuli bianchi e rossi. Appena attraversata vi ritroverete a mirare Urs Fischer, o meglio, lui di cera, seduto a un tavolo di legno circolare, con sopra la testa e lungo il corpo, delle candele accese, che lungo i giorni si consumano e insieme lo sciolgono – quindi affrettatevi perché verso la fine dell’esposizione potreste trovare davvero poco di lui. Ironico ed efficace, Fischer; cui segue la scultura di Alighiero & Boetti (all’inizio degli anni Settanta decise di chiamarsi così separando il nome dal cognome, del resto il doppio è uno delle sue ossessioni): in piedi nella sua versione come scultura in bronzo cerca di spegnere, di spegnersi, con un tubo, puntando l’acqua che vi sgorga, sopra il suo cervello in fumo (all’interno dell’opera vi è una resistenza elettrica che la scalda e l’acqua versata sopra diviene vapore acqueo), metafora ironica sia della creazione artistica sia di come nella vita ha cercato di spegnere il tumore al cervello che lo insidiava, e che un anno dopo la diagnosi, del 1993, lo portò via. Un’esposizione che ha trovato collocazione per la prima volta a Essen al Museo Folkwang, da cui provengono alcune delle opere, tutte le altre sono invece della Collezione Pinault. Così dai dipinti di Rudolf Stingel, ai video di Lili Reynaud-Dewar si arriva ai due piccoli Cattelan, stesi su un letto austero proprio in direzione della Punta di Dogana. Cindy Sherman, lungo una stanza racconta attraverso le sue fotografie i mille ruoli che una donna –lei – interpreta grazie ai costumi e all’illuminazione perfetti, dalla diva del cinema, alla casalinga, al pagliaccio. Nella torre di Punta non poteva mancare colui che alberga ancora all’interno di questi spazi, così prende forma, accanto a una sua famosa fotografia giovanile, Damien Hirst, e il suo busto, rimasto dall’esposizione precedente, Treasures from e Wreck of the Unbelievable. Nell’anno della Biennale di Architettura, dopo la presenza imponente di Hirst, gli spazi espositivi, secondo il suo direttore artistico, vengono in qualche modo restituiti alla loro nudità. Dancing with myself si interroga sulla presenza dell’artista all’interno della propria opera dagli anni settanta ad oggi, anni in cui, filosofia, psicologia, scienze sociali hanno rimesso in discussione il concetto di individuo, quale detentore di un’unica identità, stabile, fissa, sempre quella per l’intera esistenza. Insieme a questo l’autoritratto, genere che nella storia della pittura, è un classico, ha lasciato il posto a nuove possibilità di autorappresentazione, dalla fotografia, al video, alla performance, mentre nella società il selfie ha preso posizione, stravolgendo ed esasperandone l’idea. Lungo l’esposizione grazie ad artisti che hanno diverse culture, origini, generazioni, esperienze, si dipana un viaggio che diviene malinconico e vanitoso, critico e autobiografico, esistenziale, in cui il corpo c’è o è assente, o simbolicamente significa altro.

COLORE, SEGNO, GEOMETRIE, ALLEGORIE NELLA PARABOLA PITTORICA DI ALBERT OEHLEN A PALAZZO GRASSI

Sono più di ottanta i dipinti arrivati a Palazzo Grassi per raccontare il percorso pittorico dell’artista tedesco Albert Oehlen (Krefeld, 1954). La sua curatrice, Caroline Bourgeois, li ha voluti per scandire le tappe della creativa dell’artista tedesco, fra gli anni Ottanta e i giorni nostri. Si ispira alla musica la sua poetica artistica, e a quel che considera il maggiore dei maestri, Sigmar Polke. Così riemergono fra i colori, le geometrie. Sulle lettere, i volti, le teste di animali, arrivano cascate di colore, pennellate, macchie e cromatismi, che cambiano i ruoli di partenza definitivamente. Disordine e sorpresa come quella che ci coglie salendo le scale di Palazzo Grassi prima ancora di vedere la prima opera dove è possibile visionare una versione privata di 9 settimane e mezzo di Adrian Lyne che viene riprodotta su un dipinto di Oehlen. Pur rifiutandosi di appartenere a una corrente o a un movimento artistico specifico, Albert Oehlen si è affermato come uno dei protagonisti della pittura contemporanea grazie a una ricerca in continua evoluzione dedicata al superamento dei limiti formali e alle sperimentazioni, più che al soggetto dell’opera. “Albert Oehlen è un artista che ama perseverare. Se i temi ritornano è per approfondire, testare il suo lavoro, riprenderlo per metterlo in discussione e trattarlo ogni volta in modo diverso”, così Caroline Bourgeois descrive il lavoro dell’artista. Lo storico dell’arte Jean-Pierre Criqui suggerisce nel suo testo in catalogo, di “vedere le opere di Albert Oehlen come territori. In realtà, l’impressione di confine, limite, riorganizzazione è molto frequente. La legge segreta – mai enunciata, incessantemente modificata – che presiede a queste creazioni è quella del palinsesto, della sedimentazione, degli strati sovrapposti, molto spesso anche dell’interferenza”. La mostra a Palazzo Grassi è la più grande monografica dedicata in Italia ad Albert Oehlen, già protagonista di importanti esposizioni in tutto il mondo – tra le altre al Museo Nacional de Bellas Artes di L’Avana nel 2017, al Cleveland Museum of Art nel 2016, al New Museum di New York e alla Kunsthalle Zürich nel 2015, al Kunstmuseum di Bonn nel 2012 e al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris nel 2009. “Metodo è una bella parola e penso che siano stati i surrealisti a promuoverla“.