La ricetta di Bergamasco: “Divertirsi e impegnarsi nello sport: solo così si impara a crescere”.

L’ex campione della nazionale di Rugby racconta il suo progetto sportivo-educativo con il Campus a Isola Verde: “Cosa ricordo di quand’ero bambino? Il profumo dell’erba. E quella specie di aura che aleggiava sui campi del Petrarca Rugby, dopo essermi cambiato per l’allenamento. Era come se per quell’ora e mezza io e i miei compagni fossimo i governatori del nostro piccolo regno e lo dovessimo difendere ad ogni costo”.

E sono state parecchie le occasioni in cui Mauro Bergamasco ha difeso la nostra bandiera: 106 per l’esattezza, come le presenze con la maglia azzurra in 11 edizioni del 6 Nazioni e in 5 Coppe del Mondo, rendendolo il più longevo giocatore di sempre. Assieme al fratello Mirco è stato per oltre un decennio il trascinatore della Nazionale italiana di rugby, e sulla scia del loro entusiasmo la palla ovale ha conosciuto una notevole diffusione in tutto il Paese: solo in Veneto si contano 80 società per un totale di quasi 15.000 tesserati. “Il merito è stato soprattutto dei risultati e del carattere che abbiamo mostrato dentro e fuori dal campo. È stato un onore vestire la maglia della Nazionale, ma anche un piacevole onere: oltre al diritto di vivere incredibili momenti sportivi avevamo anche il dovere di trasmettere un messaggio importante a chi voleva avvicinarsi al rugby, giocando o anche solo tifando nelle partite. L’ho vissuta come una grandissima responsabilità sociale e civile”.

Dismessi i panni del giocatore professionista oggi Bergamasco segue la formazione degli allenatori giovanili del Petrarca Rugby, la squadra dove è cresciuto, ed è impegnato in progetti sportivo-educativi per ragazzi come il Campus Rugby che porta il suo nome, giunto alla 7^ edizione. “Il Campus nasce dall’idea di ridare ai più giovani ciò che il rugby aveva dato a me. Con questo progetto ci proponiamo di aiutare la crescita personale dei ragazzi attraverso lo sport e allo stesso tempo di migliorarne il rendimento sportivo, poiché le due cose sono strettamente correlate. Lo staff è altamente preparato ed è formato da un gruppo di amici, ognuno specializzato nel suo settore, con cui ho creato un protocollo educativo; alla base di tutto c’è lo sport come mezzo per i giovani di conoscere sé stessi, imparando a creare relazioni, osservando le proprie risorse e quelle degli altri. Al Campus i ragazzi non giocano solo a rugby, praticano judo e arti marziali (discipline che abbiamo scelto proprio per la metafora dell’imparare a cadere per rialzarsi), fanno attività motoria funzionale e condizionale per essere consapevoli del proprio corpo e dello spazio in cui si muovono. Allo sport si affiancano inoltre i tutor educativi che propongono giochi di gruppo e laboratori attraverso cui i ragazzi possono esprimersi e creare in base a quello che sentono, vedono e vivono”. Da quest’anno il Campus propone una Pink Week per sole ragazze, segno del crescente interesse femminile verso uno sport tipicamente maschile: “È da qualche anno che la Nazionale femminile si comporta meglio dei colleghi uomini in campo. Io ho scoperto il rugby femminile tardi, a 16-17 anni, ma ho diverse amiche che hanno giocato anche in Nazionale, è un movimento che negli ultimi 5-6 anni è cresciuto molto. Quest’anno al Campus ho introdotto la settimana dedicata solo alle ragazze perché avevo captato che molte non si iscrivevano perché “c’erano i maschi”, quindi ho voluto farle sentire a proprio agio solo tra di loro. L’approccio da parte nostra è il medesimo, salvo alcuni dovuti adattamenti, ma la proposta educativa sarà la stessa della settimane “miste”. Un progetto di crescita sportiva e caratteriale che non può prescindere dall’interazione con le famiglie: “Quando ero piccolo io le differenze erano enormi, sia per costituzione sociale, sia per le relazioni tra le persone: c’erano molte meno attrazioni, non avevamo a disposizione strumenti come videogiochi o telefoni. I ragazzini di 8-9 anni hanno potenzialità e risorse differenti rispetto a quelle che potevo avere io alla loro età. Ma ho avuto due capisaldi nella mia educazione giovanile: da un lato come io ho vissuto il rugby attraverso le persone che me lo hanno insegnato, e che mi hanno trasmesso un certo messaggio, dall’altro come io, la mia famiglia e mio fratello abbiamo vissuto insieme quel momento sportivo. Il mio intento è proprio quello di fornire una via di approccio allo sport per tutta la famiglia, cioè come un ragazzo possa vivere la sua vita nel contesto sportivo e come i genitori possano farne parte, non viceversa. Il divertimento è uno dei presupposti fondamentali per l’apprendimento perché ti dà quell’apertura mentale necessaria per comprendere alcuni meccanismi della crescita”. Numerosi impegni in ambito sociale, come quello di ambasciatore da anni di Team For Children: “Ho pensato che se mi ero messo a disposizione per il rugby, allora potevo farlo anche in altri campi. Team for Children è attiva nel reparto di Oncoematologia Pediatrica di Padova e si preoccupa di rendere meno gravosa la permanenza dei pazienti e delle loro famiglie. La raccolta fondi annuale legata alla Maratona riguarda la Zona Teen, uno spazio in cui i ragazzi dai 14 ai 18 anni potranno studiare, suonare, giocare e relazionarsi come desiderano, anche per non disturbare i pazienti più piccoli che hanno esigenze diverse”. Ora che è diventato papà una domanda sorge spontanea: e se suo figlio volesse diventare un calciatore? “Perché no? Sicuramente proverà il rugby, così come il nuoto piuttosto che le arti marziali, poi sceglierà la strada che meglio gli si cuce addosso. Ecco, magari stringeremo un piccolo patto famigliare: qualsiasi cosa scelga di fare dovrà impegnarsi al meglio delle sue potenzialità, ovviamente in un ambiente che gli permetta di esprimersi in maniera favorevole. Che sia il rugby o qualsiasi altro sport poco importa, basta che dia il massimo, sempre”.