La natura non perdona: quando uno strumento si danneggia gravemente, non c’è colla che tenga”. Non lascia spazio a dubbi Roberto Lanaro, maestro in liuteria, che ha ereditato questa antica passione dal padre Luigi, e non accetta compromessi. La qualità dei materiali, ancora una volta, fa la differenza: più essi sono naturali, più il suono di violini, chitarre e strumenti ad arco, è celestiale e pulito. Un mestiere, quello del liutaio, più vicino ad una forma d’arte che ad un lavoro artigiano. Si entra nel suo laboratorio, in via Belzoni a Padova, un po’ in punta di piedi: gli occhi azzurri, le dita affusolate delle mani, e mentre racconta, lo sguardo si perde nel ricordo. La liuteria di Roberto Lanaro è la più antica attualmente esistente in città: le sue radici risalgono al 1973, quando il papà Luigi apre il laboratorio in piazza dei Signori, in un piccolo appartamento vicino alla chiesa di San Clemente. Una vita da giramondo, insieme ai sei figli avuti dall’unica donna amata: dopo aver frequentato la scuola di arti mestieri ‘Pietro Selvatico’, come veniva chiamata allora, e un laboratorio di intarsio, Luigi inizia un’avventura che lo porta a viaggiare con la sua famiglia, tra l’Argentina, il Messico e il Brasile. Fino a tornare in Veneto, nella sua terra, nel 1973. È qui che Roberto, giovanissimo iscritto al secondo anno del liceo scientifico, decide di aiutare il padre nel suo laboratorio. Adesso, a 45 anni di distanza dal suo esordio, lo chiamano concertisti che arrivano a Padova da tutto il mondo, e gli chiedono di provvedere al settaggio dei loro strumenti. “Non è mica semplice – dice Roberto, con un pizzico di insofferenza – Oggi gli strumenti si scollano in continuazione, sollecitati come sono dagli spostamenti che i musicisti sono costretti a compiere, e tutti pretendono che continuino a suonare come han sempre fatto”. Ma uno strumento musicale è una creatura strana, il risultato di un insieme di elementi la cui scelta è tutt’altro che casuale. “Non ci sono più i violini e le chitarre di una volta, oggi gli strumenti nuovi sono realizzati in modo molto diverso rispetto a quello che veniva usato per gli antenati più antichi – dice Roberto. Il legno, non è un legno qualsiasi, così come il pellame, la colla, e il budello per realizzare le corde. “Vado dalla Guardia Forestale dei boschi di Fiera di Primiero e dei luoghi vicini, e scelgo l’albero che voglio per fare i miei strumenti. Serve un abete rosso di risonanza, per realizzare un buon violino, e le corde devono essere in budello di pecora, non certo di plastica, altrimenti non suonerà mai come meriterebbe”.

Il legname che utilizza Roberto non è stagionato artificialmente, tramite i forni, ma viene tenuto coperto nell’esatto punto dove è stato abbattuto: “Deve stagionarsi li, dov’è nato”. Ma non è finita qua: a fare la differenza nella qualità della costruzione e riparazione, è la colla: solo quelle a base di residui animali, infatti, sono in grado di garantire una forza di aderenza pari a 130 Kg per centimetro quadrato. “È sempre più difficile trovare questa colla – spiega Roberto -. Il legno non assorbe bene le nuove colle sintetiche, che impermeabilizzano la superficie non permettendo una reale aderenza, ragion per cui mi rifiuto spesso di riparare gli strumenti”. Ci sono violini, chitarre e violoncelli che hanno anche 400 anni e sono stati incollati una sola volta: “Gli strumenti di oggi si scollano alla prima sollecitazione”. Nel suo laboratorio c’è spazio per tutte le culture: oltre a violini, chitarre e cetre, si occupa di sitar indiani, santur persiani, setar iranini o turchi. “Si usa la pelle di pesce per costruire il piano armonico. E’ sottile come la carta velina, si rompe spesso e altrettanto spesso bisogna sostituirla. Riuscire a stenderla come si deve è un’arte, che io ho imparato in 40 anni di attività”. Per il laboratorio di Roberto lanaro sono passati strumenti di un certo pregio…e anche di un certo costo! Risale al 1988 la riparazione di un violino ‘Andrea Guarnieri’, al tempo posseduto dal primo violino dei Solisti Veneti, del valore di 800 milioni delle vecchie lire. “Aveva girato tutta l’Europa, me lo ricordo ancora. Ed è nulla, se confrontato con alcuni strumenti che, oggi, arrivano a valere anche 10 milioni di euro”. Fresco delle ultime settimane, il settaggio di un violino da 3 milioni. “La liuteria deve essere prima di tutto una passione, non un sistema per arricchirsi” – Roberto ci tiene al suo mestiere, e guarda con nostalgia ai tempi che furono. Ora, sta terminando la revisione del libro scritto dal padre Luigi, dedicato alla fisica acustica applicata alla liuteria: “Non c’è un manoscritto. Mio padre, a 93 anni, usava il computer. Ma per gli strumenti è tutta un’altra cosa: servono i materiali nella loro forma più sublime, e tanta passione da parte di chi li costruisce”.