Tutto è rosa attorno a me. Arrivo al Grande Tempio all’ora del tramonto, quando le sagome delle persone sono appena visibili. Sono nel cuore del deserto del Nevada, a Black Rock City, la città che nasce e muore nel giro di due settimane, dando vita al Burning Man. Il festival dove tutto è possibile, conosciuto per la trasgressione, è invece l’esempio più elevato di convivenza civile e rispetto della diversità. Partita con mille dubbi e stracolma di pregiudizi, porto a casa un senso di appartenenza all’umanità e di condivisione senza pari.

Non sono abituata alle grandi distanze, al silenzio ininterrotto, a praterie sterminate. I bufali sembrano essere l’unica forma di vita presente: tante macchie nere in mezzo al giallo e all’azzurro del cielo, e attorno la sabbia perenne. Mi trovo nel deserto ormai da un giorno: ore e ore di tragitto in mezzo ad una tempesta di sabbia, a bordo di un camper, mi separano dall’asfalto e da quella sensazione di sicurezza che esso rappresenta.

Ecco il punto di ritiro dei biglietti: scendiamo dal camper, è veramente un caldo disumano, e la sabbia mi impedisce di aprire bocca. Si riparte seguendo la lunga scia di macchine e mezzi di ogni tipo. Tante bandierine indicano il percorso, che ci porta all’ingresso del Burning Man: sono proprio qui, mi dico, e una coppia di signori americani di mezza età, a dorso nudo, ci battezzano come ‘Burner’, chiedendoci di far suonare il gong e distenderci per terra. Son tutta bianca, dalla testa ai piedi, e la libertà mi travolge come fossi una bimba.

Non so che ore siano, non ne ho la più pallida idea, e questo mi piace. Usciamo dal camper con il sole ancora alto nel cielo, e un calore pazzesco, in sella alle bici usate comprate per strada. Pedaliamo per le vie di Black Rock City: un vestito bianco, la fascia da fi glia dei fi ori a fermare i capelli, le mie inseparabili snickers verdi. La mia prima avventura al Burning Man sta per iniziare.

Troppo spazio a disposizione, e nessuna possibilità di essere trovata da chi non è con me. Una condizione nuova, che non mi dispiace affatto.

Giro per le strade sabbiose, tra camper, macchine scassate e carri mascherati, salutando tutti quelli che incontro in bicicletta: giovani, anziani, bambini, ognuno vestito come gli pare, qualcuno del tutto privo di abiti, si presenta così, ‘come mamma l’ha fatto’. Ma sei già talmente dentro all’ assenza di giudizio, che manco ci fai caso. Nessuno guarda come sei agghindato, puoi uscire dal camper pure in pigiama, ed è perfettamente normale. Tutta un’altra storia, rispetto alla vita di città, dove ‘l’abito, fa il monaco eccome’!

Quando arrivo alla Playa, il centro dell’enorme anfiteatro che compone Black Rock City e dove si svolgono tutti gli spettacoli più incredibili, rimango senza parole. La bocca aperta di fronte a quella distesa di ombre umane, e sculture di una bellezza sconvolgente, sullo sfondo di un cielo rosa pastello di una meraviglia indefinibile.

Opere d’arte delicate, in metallo, legno, plastica, polistirolo, carta, itineranti e non, si stagliano in ogni angolo, e la vista si perde. Dopo qualche giorno mi avventuro più lontano: le gambe mi fanno male, non sono abituata ad usare la bicicletta per dieci ore di fila. E scopro di aver visto solo una minima parte delle cose pazzesche che si possono trovare.

Un mattino incontro un signore di mezza età: è seduto sulla sua seggiolina da campeggio, davanti al camper, con la chitarra al braccio: mi siedo vicino a lui. Io gli racconto un po’ di me, della mia vita e dei miei bambini. Lui ascolta, e all’improvviso inizia a suonare una melodia, che registra e mi invia alla mail. Ho anch’io il mio ‘Eva’s theme’!

E poi arriva uno di quei momenti che ti non dimenticherai mai: a distanza di centinaia di metri dal tempio del ‘Burning Man’, dedicato alla bruciatura simbolica dell’uomo e di tutto ciò che ne impedisce la creatività, c’è il Grande Tempio delle cose passate, dedicato a chi non è più con noi, e a ciò che vogliamo lasciare indietro per poter guardare avanti. Una luce crepuscolare, le persone vagano come ombre in mezzo a tutte quelle foto e ricordi di ogni tipo: lettere, strumenti musicali, quadri, disegni, candele, piccoli oggetti. La nudità di alcuni, l’abbigliamento stravagante di altri, non hanno alcuna importanza in quel silenzio rispettoso, interrotto a tratti solo dal tintinnio leggero di un sonaglio, e dal canto appena accennato di qualcuno che accompagna una meditazione. Per una volta, siamo davvero tutti uguali.