Carismatici e decisi, Matteo Ward, Victor Santiago e Silvia Giovanardi sono quei giovani talenti che mirano un bersaglio e colpiscono sempre la centro.

Qui non si tratta di fortuna, ma di volontà e convinzione profonda di stimolare un cambiamento nello sfavillante, vorticoso e competitivo mondo della moda. Preparati, colti e mai improvvisti hanno deciso di fare business etico-sostenibile per scelta, catalizzando l’ascesa di una nuova forma di attivismo sostenibile nella moda, lavorando per ispirare le persone a manifestare valori intangibili, attraverso prodotti tangibili. Stiamo parlando della trasformazione di uno dei settori trainanti della manifattura veneta, dai big del settore ai piccoli e medi atelier e fashion designer che abitano la nostra Terra delle Meraviglie.

L’uso dei social e la velocità con cui è possibile fare acquisti tramite ecommerce, Facebook e Instagram, fanno del fashion un mondo mordi e fuggi, fatto di continui cambiamenti di outfit. Se la moda oggi è diventata veloce, caleidoscopica, piena di talenti, aziende, innovazione si può trovare uno spazio per attuare un cambiamento radicale, evolvendosi ad un livello superiore tra sostenibilità ed etica?

Matteo e team cercano la risposta: con il suo progetto WRAD e l’impegno nella Fashion Revolution, diffondono il seme del cambiamento in quello che è, a conti fatti, il secondo settore più inquinante al mondo. Matteo, Ceo del gruppo, Italoamericano, diplomato al liceo classico e laureato alla Bocconi, dopo essere diventato il giovanissimo co-amministratore del Diversity And Inclusion Council di Abercrombie and Fitch, inizia a prendere coscienza di quanto il costo della moda incida sulle persone e sull’ambiente, capendo che investire in positività per catalizzare il cambiamento è la chiave di tutto.

IL SETTORE DEL FASHION È IL SECONDO PIÙ INQUINANTE DOPO QUELLO PETROLIFERO.

Sull’industria della moda c’è un grave problema di asimmetria informativa tra il mondo del fashion e i suoi fruitori. Matteo, Victor e Silvia si sono posti, così, delle domande, le cui risposte sono diventate, gradualmente, il seme di un business plan di un progetto troppo forte e sentito per non essere sviluppato. I dati sono chiari e preoccupanti: il 20% dell’inquinamento delle acque industriali arriva dal mondo della moda, la maggior parte dei prodotti a basso costo (e non solo) contiene sostanze chimiche e tinture tossiche. Parliamo di abiti e accessori fashion che in breve tempo diventano rifiuti, considerati “usa e getta”, secondo le statistiche prodotti al 90% con l’utilizzo di combustibili fossili come il petrolio, senza considerare poi che, nel caso del poliestere contenuto nella maggior parte dei capi d’abbigliamento, per produrne 1 tonnellata ne vengono emesse 5 di anidride carbonica, uno dei grandi responsabili dell’inquinamento atmosferico.

L’ambizione e la passione di Matteo per quest’ambito sono troppo forti, e si licenzia nel pieno della crisi economica per dare corpo al progetto WRAD, nato nel 2014 con l’obiettivo di lavorare per trovare una soluzione invertendo la rotta di un’industria sempre più inquinante. Come segnate dal destino, le persone giuste spesso si incontrano, e nella primavera del 2015 tre giovani professionisti dell’industria della moda hanno l’illuminazione: al tempo Matteo Ward era in Germania, Silvia Giovanardi, designer ed artista, esprimeva il suo talento creativo per una delle case di moda più rinomate d’Italia (Etro – ndr) e Victor Santiago, da poco arrivato in Europa dal Brasile, emergeva come fotografo di moda, firmando copertine ed editoriali per L’Of ciel Hommes, L’Of ciel, TOM, Esquire e Harper’s Bazaar. «Insieme abbiamo dato vita a un movimento che ha preso forma tra le strade d’Europa, dalla Spagna al Nord Europa, attraverso l’incontro con realtà e persone pur diverse ma che, come noi, volevano catalizzare un cambiamento positivo. Un viaggio spontaneo raccontato sui social media, capace di documentare in presa diretta e con inusuale lucidità l’impatto del fashion sul pianeta e sul- la società».

COSÌ NASCE WRAD

Parte così un percorso dall’obiettivo condiviso, perché nulla è più forte della volontà comune delle persone. Non un brand ma un “behavior”, un comportamento, un’attitudine che identifica chiunque abbia una propensione ottimista e la certezza che il cambiamento sia possibile, a partire dagli individui e dalle azioni che essi consapevolmente compiono.

Il lancio a fine 2016 di una capsule collection, con prodotti dipinti a mano e il Graphi-Tee Design contest sono stati i primi passi concreti di Wrad: “volevamo diffondere il cambiamento coinvolgendo direttamente le persone, at- traverso un contest volto a sviluppare la loro creatività. Il tutto per dare valore al tessuto e al suo ruolo all’interno del processo di produzione ». Wrad sta portando avanti questo percorso operando in modo simbiotico su tre livelli: educazione, attraverso un programma presente oggi in 92 paesi nel mondo, e che l’anno scorso ha raggiunto 5,000 studenti in Veneto e Lombardia, innovazione, grazie all’endorsement di Perpetua We Had To Invent It che ha investito nello sviluppo di nuove tecnologie per la moda, e design. L’ambizioso obiettivo di Wrad non è fare e vendere vestiti, bensì utilizzare i vestiti che produce per dare la possibilità al mercato, retailers e brand terzi di amplificare assieme a loro una conversazione attorno alla necessità di sviluppare modelli di business più sostenibili, innovativi e sensati, in quello che è diventato uno dei settori più inquinanti al mondo.

Per la prima volta l’attività di WRÅD, esplicata nei suoi tre livelli, verrà presentata durante Berlino Fashion Week, dove Matteo Ward, interverrà al Fashiontech e Fashionsustain per presentare la nuova tecnologia g_pwdr, brevetto dell’azienda vicentina Alisea proprietaria del marchio Perpetua, e sviluppata in sinergia anche con l’azienda milanese ItalDenim.

“Il denim è in assoluto il tessuto più inquinante al mondo – dice Wrad -. Al momento stiamo lavorando in sinergia con i nostri players alla definizione della possibile produzione di un jeans realmente sostenibile, grazie ancora una volta alla grafite”. Un vero e proprio manifesto per la rivoluzione nella moda: «I beni di consumo di questo settore, quello che in gergo si chiama “fast fashion” sono di facile acquisto. Poche manciate di euro o dollari per capi che durano una stagione. E chi di noi può dire di sapere “who made my clothes?”, chi ha fatto i nostri abiti? Ci siamo abituati ad avere tante cose nell’armadio, spesso di dubbia qualità, perché le tendenze scorrono alla velocità della luce e soprattutto perché il budget a disposizione, in primis dei più giovani, è in continua diminuzione. Così facendo, ciascuno di noi alimenta un circolo improduttivo fatto di sfruttamento del lavoro e inquinamento».

E poi c’è la Fashion Revolution, «nata a Londra a seguito del crollo del Rana Plaza Bulding avvenuto il 24 aprile 2013, dove persero la vita 1.134 persone e oltre 2.500 rimasero ferite. Il complesso con sede a Dacca, in Bangladesh, era un polo industriale caduto per via dell’abbassamento delle spese di mantenimento per la volontà di ridurre i costi di produzione. Questo aprì finalmente gli occhi al mondo su un’industria non più da considerarsi sostenibile. Oggi è perciò necessario aumentare la sensibilizzazione nei consumatori, facendo capire che la maggior parte dei prodotti del mondo della moda sono tossici, inquinanti e realizzati attraverso lo sfruttamento delle risorse umane».

Matteo Ward oggi è stato scelto come membro ufficiale dell’Education Team della Fashion Revolution, grazie ad un format educativo portato tra scuole ed università volto a sensibilizzare i più giovani, tanto che l’organizzazione ha deciso di riproporlo a tutti suoi Country Coordinatore sparsi in 92 paesi nel mondo.

 

LA GRAPHI-TEE

“Tanto tempo fa, ai tempi dell’Antica Roma gli uomini iniziarono a tingere i tessuti con un minerale prezioso, la grafite che si trovava in grandi quantità nella città di Monterosso Calabro, Sud Italia…”. Inizia così il video racconto di Matteo Ward – lo trovate nella photo gallery – sulla nascita della Graphi-Tee, la T-shirt, disegnata da Silvia Giovanardi, che ha appena vinto il premio “Best of the Best 2017” al RedDot Design Award e verrà esposta per un anno al RedDot Design Museum di Norman Foster.

La ragione del premio? Una risposta innovativa e green nel processo di tintura e la capacità di riportare il rispetto per la persona, le tradizioni e il pianeta al centro del sistema moda. “Dopo aver scoperto la storia di questo paese con l’unica miniera in Italia di grafite, che è un minerale atossico a base di carbonio”, racconta Matteo, “siamo partiti alla volta di Monterosso. Qui abbiamo cercato di imparare tutto il possibile sulle diverse fasi della tintura per poi innovarle e inserirle in un processo di economia circolare. Perché invece della grafite naturale non provare, per esempio, a recuperare la polvere di grafite di scarto industriale, la cui ultima destinazione oggi è quella di finire in discarica sotto terra?”. Sono stati necessari due anni di ricerca per arrivare alla soluzione: un nuovo materiale innovativo che abbiamo chiamato G_Pwdr, composto al 60% da polvere di grafite recuperata e por-tata in sospensione liquida. Poi lavorata con il recupero di un antico procedimento tradizionale.